Stemma San Donaci
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BENI ARCHITETTONICI


Santu Misirinu (14,77KB) SANTU MISIRINU
Nella località Monticello, in agro di San Donaci, posto circa 100 metri a sud del "Limitone dei Greci" e, quindi, in territorio bizantino, si trova il Tempio di San Misirino (Misselino e Minervino). Nelle immediate vicinanze e precisamente, di fronte alla Masseria Calce dove c’è stata una frequentazione 
abitativa dall’inizio dell’impero sino all’alto Medioevo, sino a pochi anni fa, si conservavano i resti di una Domus con mosaici, distrutti dalle escavazioni meccaniche del terreno.

All’inizio del tratturo che conduce al vigneto, al di sopra di un rilievo sul quale si trova l’edificio, è possibile notare un deposito di massi erratici megalitici, probabilmente messapici o romani, associati ad una consistente quantità di frammenti di tegole e, sino a pochi anni fa (1995), a un rocchio di colonna scanalata, rivestita di stucco, poi trafugata.

Dal sito, ubicato nella fascia nord-ovest del territorio di Mesagne, ricco di reperti ceramici, è possibile godere un ampio panorama che abbraccia con lo sguardo i territori di Mesagne, Cellino, San Donaci, San Pancrazio, Torre S. Susanna sino ad Oria. Difatti il toponimo Monticello sembra derivare dalla posizione preminente del terreno e degradante verso la sottostante vallata a mezzogiorno.

Il Tempio di San Misirino, secondo alcuni, rappresenta il 2° edificio di culto cristiano del Salento che, per secoli, fu un importante polo di attrazione del culto cristiano. Per la sua particolare rilevanza monumentale merita un’importante collocazione nel panorama architettonico meridionale, poiché in esso si innesta la tradizione costruttiva romana, mediante l’uso della pianta centrale a forma ottagonale con copertura a cupola e materiale concretizio o in conglomerato, e quella armena-bizantina.

Particolare del capitello (14,98KB) Difatti l’impianto tipologico è caratterizzato da un vano a forma ottagonale inscritto in un cerchio del diametro di mt. 5,50, delimitato esternamente da un quadrato (7,65 x 7,30), sui cui lati si aprono alternativamente nicchie semicircolari e rettangolari divise da semicalotte, da archeggiature o piccole volte a botte a tutto sesto, su cui si innesta, sul fronte sud, l’ingresso con pronao rettangolare (4,00x2,00) fiancheggiato, sul versante orientale, da un'ambiente similare coperto anch’esso da volte a botte.

L’altezza massima nel complesso risulta di mt.4,50.Sulla parte ovest del lato centrale si notano tracce di archi e di murature di spina dallo spessore di cm. 60,analogo al resto dell’edificio, appartamenti ad un vano scomparso delimitato da resti di fondazioni a circa mt. 5,00 dal fronte occidentale.
La copertura del vano ottagonole è composto da cupola ribassata, alta mt. 2 dallo spessore variabile dai 20ai 40 centimetri, impostata tramite un sistema di piattabande anulari dotate di mensole verso l’intero (1,00x6,60x0,27) sulle sottostanti archeggiature in ghere di conci tufacei, perfettamente sagomati (cm.8x27), poggiati su pilastri monolitici ornati da capitelli (30x60) con stucchi raffiguranti foglie d’acanto, posti in essere nel momento di adattamento dell’edificio pagano alla nuova destinazione ecclesiastica.

Il sistema statico è caratterizzato, quindi, da forze risultanti dalle spinte della calotta ribassata assorbita dalle archeggiature sottostanti e da queste ripartite ai pilastri in carparo, intermedi fra le nicchie e, quindi, contenute e neutralizzate dalla massa muraria perimetrale.

La tecnica costruttiva è in opus caementicum nelle cupole, nelle volte e nelle murature perimetrali, mista nei muri in opus incertum, basata su 2-3 filari di blocchi (h=cm.40) ed in conci di tufo e pietra costituenti le fondazioni emergenti poggiate sul terreno e gli angolari legati da malta di calce sugli archi e nelle murature delle absidi.

Il livello del pavimento del vano centrale, incassato nel banco roccioso e secondo alcuni, rivestito da mosaico bicromo in tessere nere e bianche analogo a quello rinvenuto in San Giovanni al Sepolcro in Brindisi, attualmente ricolmo di pietrame, è sottoposto di almeno mt. 2 al piano di campagna, in quanto i capitelli emergono di mt.0,50 dal medesimo piano.

Le superfici interne sono ricoperte da tracce di intonaci con spessore complessivo di circa 4 cm., composti da un primo strato di pozzolana, molto verosimilmente di importazione, quindi un secondo strato di malta di calce con sabbia e cocciopesto di notevole spessore per conferire caratteristiche di idraulicità o impermeabilità, quindi un terzo strato più sottile di intonachino in stucco di calce, modellato con motivi scanalati e scorniciati nel pronao e motivi floreali con foglie d’acanto nei capitelli, secondo modelli rinvenienti dalla cultura romana che anticipano, per alcuni aspetti, quella longobarda (es. capitelli del Tempio di Seppanibale, raffiguranti foglie stilizzate aperte). Tali capitelli appaiono similari a quelli esistenti nel battistero degli ortodossi o neoniano (dal Vescovo Neone) a Ravenna, di fattura bizantina (V sec. d. C.), anch’esso a pianta ottagonale sormontata da cupola. L’intonachino presenta tracce di decori in tinta rosso pompeiano nelle nicchie e sotto la cupola. Al momento non si notano tracce di quegli affreschi ipotizzati da altri scrittori, fra cui il Profilo.

Interno del tempio (6,76KB)
Quest’ultimo strato di rivestimento è associabile, al momento di adattamento, ad edificio di culto, verosimilmente battistero, in epoca paleocristiana (VI-VII sec).

Irrisolta resta l’incognita del materiale e della tecnica di rivestimento dell’estradosso della calotta, probabilmente al manto di coppi, tenuto conto dell’assenza di qualsiasi traccia di sistema di ancoraggio di manufatti e dell’abbondante quantità di frammenti di coppi all’edificio.

Giova rammentare che il ricorso alla pianta ottagona, con nicchie perimetrali rettangolari e semicircolari coperte da volta, deriva dalla elaborazione del modello tipologico della sala orientale della Domus Aurea neriniana e del ninfeo della Domus Augustana, diffuso nella maturità dell’architettura romana con le varianti delle murature esterne circolari, quadrate mistilinee (Vestibolo Piazza d’Oro a Tivoli) e poligonali. Tale particolare tipologica, nata intorno al I sec. d. C., sarà esportata più tardi in provincia ed usata prima per tombe-ninfei ed ambienti termali, poi, nei primi secoli del cristianesimo, per battisteri e martirion.

Secondo il Soprintendente R. Di Paola si tratta di edificio sepolcrare poi adattato a battistero, mentre secondo R. Jurlaro, inizialmente si trattava di un ninfeo, poi trasformato nel periodo bizantino in edificio di culto, chiesa o battistero, ascrivibile al periodo compreso tra il VI-VII sec.

E. Polito osserva che la chiesa è costruita secondo criteri analoghi a quelli eseguiti, nello stesso periodo, in Armenia, basati su conci di pietra.

C. Marangio, nel rilevare l’esistenza di un nartece sul fianco occidentale confermato da un muro isolato a mt. 5, attualmente non visibile, descrive un elenco di frammenti ceramici trovati nella zona, databili ad un periodo compreso tra il I ed il VI sec. d. C., rammentando che nel 1948 furono trovate alcune monete imperiali del primo periodo, conservate nel museo del seminario di Molfetta, ed epigrafi scomparse.

L’interramento del vano vasca, il rivestimento delle pareti con intonaco idraulico inducevano a formulare alcune ipotesi sulle origini e vicissitudini del Tempio, sorto sicuramente in epoca tardo- romana, successivamente al IV sec., in un’area urbanizzata ed il cui impianto è importato direttamente dalla capitale per un ninfeo o una fontana, facente parte probabilmente di una villa rurale, analogamente al ninfeo degli Horti Sallustiani, al Tempio di Minerva Medica, adibito a battistero nel VII sec. in occasione della diffusione del Cristianesimo in Puglia, di un casale alto medievale abbandonato intorno al X-XI sec. dopo la caduta dell’impero Bizantino, del quale rappresenta lacune in ordine all’esistenza di resti una Chiesa.E’ da considerare altresì l’ipotesi di un ambiente termale o, molto più verosimilmente di un mausoleo, con accesso dal vano porta est di tipo strombato al quale, in epoca iniziale più tarda, è stato aggiunto il pronao-corridoio.

Poiché non è possibile, attualmente, leggere compiutamente il livello ipogeo del manufatto architettonico, si reputa essenziale, al fine di risolvere le suddette incognite, procedere ad uno scavo sistematico del luogo per individuare altresì le eventuali strutture di rifornimento idrico.

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